Ermione tace quando vuol far parte della natura che le sta intorno.
Quando decide di compenetrarsi con le foglie bagnate di pioggia o rugiada, con un ulivo attorcigliato, con un uovo di gallina.
Allora tace, si ferma, svuota la mente e si sente di far parte di loro.
Ermione trova sempre più difficile stare zitta; il suo mondo è pieno di parole, dette, urlate, scritte o appena sussurrate. Forse sono queste ultime che preferisce. Le sussurrate, almeno può assorbirle, può farle sue nel momento in cui passano dall'orecchio al cervello e assumono un significato, un significato che sarà tale solo per lei.
Perché qualsiasi cosa diciamo non ha un significato di per sé. Il significato "sta nell'orecchio, non nella voce", per citare qualcuno di grande.
È per questo che tace. Oggi Ermione ha voglia di capire il Mondo, e le parole che trasuda. Che sono sempre troppo poche per descrivere davvero tutto. La parola illude, ci fa credere di essere onnipotente, onnirappresentativa e onnidescrittiva, se si può dire. Invece è soltanto un susseguirsi di suoni a cui noi piace dare un significato oggettivo.
Ermione. Ermione vuole capire le parole del mondo e a questo punto si chiede se è davvero necessario parlare ancora. Vuole tacere, vuole ancora lasciarsi andare e diventare, per un attimo filo d'erba o formica.
Ermione ha deciso di non credere alle parole. Sono uno strumento. Non possono essere di più. Ermione ha capito che per capire il Mondo e le sue parole, basta osservare silenziosamente e cogliere quelle piccole discrepanze che si intravedono tra l'ovvietà e l'incomprensibile. È lì che trova appagamento. Nelle piccole crepe della realtà. Che a volte nascondono una grande fessura con tante cose da studiare, capire, ascoltare, con cui giocare, trastullarsi o divertirsi; altre volte sono piccole incrinature, come quelle che si trovano sugli intonaci vecchi. sotto c'è solo un muro ammuffito.
E in quel muro ammuffito, ci sarà davvero così poco da imparare?
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